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Caporetto, la disfatta italiana


Nella foto, soldati italiani vengono fatti prigionieri da una squadra d’assalto germanica (“Sturmtruppen”), durante le fasi iniziali dell’offensiva di Caporetto, tra Plezzo e Tolmino. La rappresentazione è ispirata a una delle foto più famose della battaglia di Caporetto.
Nella ricostruzione abbiamo cercato di trasmettere la paura e le sbigottimento dei militari italiani appena catturati, colti di sorpresa dall’attacco nemico. Le squadre d’assalto tedesche puntavano, infatti, su irruzioni improvvise e violente, per impedire ai difensori di organizzarsi: spesso, l’azione aveva inizio prima della conclusione del bombardamento preparatorio. Le “Sturmtruppen” ricevevano un addestramento specifico e avevano un equipaggiamento nettamente superiore alla fanteria regolare. Come si vede nella foto, erano fornite di bombe a mano, armi leggere semiautomatiche e mitragliatrici trasportabili. Nell’immagine, abbiamo scelto di aggiungere degli elementi ulteriori, tipici delle fasi successive agli assalti: si può notare, in particolare, la prima assistenza fornita ai feriti e i conforti religiosi impartiti da un cappellano a un soldato italiano morente.

Nell’autunno 1917, l’esercito italiano e quello austro-ungarico mostravano segni di logoramento. La strategia aggressiva del comandante supremo Luigi Cadorna, “il capo”, e il sistema disciplinare draconiano avevano spinto i soldati italiani sull’orlo di una crisi morale. Nell’altro schieramento, lo Stato maggiore della Duplice monarchia temeva di non poter resistere a un’ulteriore offensiva italiana e invocò l’aiuto della Germania che, per evitare il collasso dell’alleato, inviò sei divisioni nel teatro “sud-occidentale”, con l’obbiettivo di far ripiegare il Regio esercito.

La neocostituita armata austro-tedesca, al comando del prussiano Otto von Below, scagliò un’offensiva nel settore di Plezzo e Tolmino, dove la sistemazione difensiva italiana era mal predisposta. La notte del 24 ottobre, dopo un breve ma intenso bombardamento, che distrusse le linee di comunicazione tra le retrovie e le posizioni avanzate italiane, truppe d’assalto austro-tedesche – le Sturmtruppen – si infiltrarono in profondità nelle disorganizzate difese regie. Colte di sorpresa e prive spesso di ordini, le truppe italiane, dopo una resistenza iniziale, vennero sopraffatte. Non pochi soldati caddero nel panico scorgendo la presenza dei “temuti” tedeschi. Tra il 26 e il 27 ottobre 1917, Cadorna dispose di ripiegare sul fiume Tagliamento, ma la situazione era compromessa. Interi reparti, ormai allo sbando, erano stati circondati e catturati. L’assenza di un piano di ritirata esacerbò la situazione, con enormi ingorghi nelle strade. Il ripiegamento divenne una fuga: oltre 300.000 furono le perdite italiane, di cui 265.000 prigionieri.

Per molti militari italiani, logorati da due anni e mezzo di combattimenti e disperando ormai sulle sorti del conflitto, il disastro sembrava offrire l’opportunità di porre termine alla guerra e fare ritorno alle proprie famiglie. Agli occhi delle élite italiane, come gli ufficiali, la disfatta sembrava preannunciare l’imminente rovina della nazione. Il tenente Mario Sironi, appena catturato dai germanici, scrisse: «È la fine, la fine! […] Essi arrivano a Udine, a Treviso, a Venezia, a Milano… Oh! la disperazione. Vedo in un attimo la rovina della mia casa, della mia patria, gli Unni nelle nostre case, contro le nostre donne, contro i nostri figli».

PER APPROFONDIRE

Risorse online

La dodicesima Battaglia dell’Isonzo – Caporetto – Gadda, Hemingway e Rommel, documentario di RAI Storia

Libri

Alessandro Barbero, Caporetto

Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli Italiani

Mario Isnenghi, Paolo Pozzato, Oltre Caporetto: La memoria in cammino. Voci dai due fronti

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