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Caporetto: viltà, sciopero militare o fallimento dei comandi?

Nella foto, un reparto italiano ripiega in disordine dopo lo sfondamento del fronte a Caporetto. La rappresentazione cerca di condensare alcuni aspetti salienti della rotta verso il fiume Piave nel novembre 1917. Enormi ingorghi si crearono nelle strade friulane e venete, mancando un piano articolato di ritirata. Il Regio esercito, incalzato dagli austro-tedeschi, si trovò spesso costretto ad abbandonare cannoni, munizioni e forniture nei fossi, per velocizzare le operazioni e impedire che cadessero in mano nemica. La penuria di mezzi costrinse un ampio numero di militari, compresi i feriti, a percorre a piedi la strada verso la nuova linea del fronte. Infine, la “minifigure” con fare minaccioso che sorregge la lanterna è stata inserita per evocare l’attività di vigilanza organizzata dai comandi tra le truppe in rotta. I vertici disposero di punire con la massima severità (fucilazione sul posto) gli eventuali episodi di indisciplina (diserzione, insubordinazione, saccheggio, ecc.).

Nell’immediato, il comandante supremo Cadorna fece ricadere la responsabilità della disfatta sulla massa combattente. Nel bollettino del 28 ottobre 1917 si espresse in termini durissimi: «La mancata resistenza di reparti della II armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia». Gran parte delle autorità militari e dell’élite politica interventista condivise queste accuse: i soldati avrebbero rifiutato di combattere perché inquinati dal disfattismo e dalla propaganda antimilitarista diffusa dai partiti sovversivi (i socialisti). Davanti alla rotta caotica e violenta, infatti, si parlò di uno “sciopero militare”. Per alcuni alti ufficiali e politici, si trattò dell’inizio della rivoluzione. In generale, le élite considerarono la disfatta come una conferma dei sospetti sulle masse popolari, ritenute estranee al patriottismo e poco inclini all’obbedienza.

In realtà, molti reparti italiani opposero una strenua resistenza nell’alto Isonzo. Il collasso del fronte deve essere piuttosto attribuito alle innovazioni tattiche introdotte dagli Imperi centrali, rivelatesi assai efficaci, all’impreparazione del comando, che non si aspettava l’attacco nella zona pur essendo informato dei preparativi austro-tedeschi, e alle deficienze strutturali del Regio esercito. Nella zona, inoltre, le linee difensive erano mal organizzate e sbilanciate in avanti, mentre i livelli di comando scontavano difficoltà di comunicazione. I vertici, poi, commisero alcuni grossolani errori: in particolare, la tardiva reazione delle artiglierie italiane nel settore difeso dal XXVII corpo d’armata, al comando di Pietro Badoglio, agevolò l’avanzata austro-tedesca. Ad ogni modo, un peso decisivo venne giocato dalla strategia offensivista del Comando Supremo, che aveva sfiancato l’efficienza e la combattività degli uomini.

PER APPROFONDIRE

Risorse online

Alessandro Barbero, Le colpe di Caporetto, in SuperQuark ed. 2018

Libri

Marco Mondini, Il capo. La grande guerra del generale Luigi Cadorna

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