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L’occupazione italiana della Jugoslavia. 6 aprile 1941 – 8 settembre 1943

In foto. Soldati italiani, comprensivi di elementi della Camice nere, rastrellano dei civili in un villaggio dell’entroterra jugoslavo, razziandone gli animali da corte. La guerra degli italiani nei Balcani continua ad essere poco nota, nonostante la sua importanza strategica al tempo e l’interesse crescente che gli storici vi stanno dedicando. Scene come questa furono tristemente comuni durante il periodo dell’occupazione dall’aprile 1941 al settembre 1943 e costituiscono una buona fetta dell’immaginario e della memoria storica che si è tramandata in quelle zone, divenendo immagini iconiche.

Il 6 aprile 1941 le truppe dell’Asse (Italia e Germania – che aveva truppe anche in Romania e Bulgaria – con in aggiunta l’Ungheria) invasero la Jugoslavia da più direzioni (l’Italia attaccò anche dall’Albania). Il Paese tento una resistenza che fu rapidamente stroncata. Lo stato jugoslavo venne smembrato e spartito fra gli attaccanti, fu ricreato uno stato serbo e istituito ex novo lo stato fantoccio croato governato dai fascisti locali, gli Ustaša, ma di fatto sotto il controllo italiano e tedesco. Le due potenze fasciste si spartirono l’area, divisa da una linea di demarcazione in due zone di influenza, a est i tedeschi, a ovest gli italiani.

L’Italia fascista procedeva anche ad annettere al proprio territorio alcune delle zone occupate. Nel dettaglio, l’Italia si trovava ad occupare numerosi territori, così suddivisi: buona parte della Slovenia, che divenne la Provincia di Lubiana con 340.000 abitanti; si espansero i territori di Fiume e di Zara; venne annessa la Dalmazia centrale, le isole adriatiche e le Bocche di Cattaro e vennero costituite due nuove province, Spalato e Cattaro, che formarono il Governatorato Generale di Dalmazia. Anche il Montenegro fu sottoposto al dominio italiano, dapprima come Governatorato Civile, poi divenuto militare. Anche il Kossovo e buona parte della Bosnia-Erzegovina furono occupate dall’esercito italiano

L’occupazione fu segnata dall’antislavismo che già aveva caratterizzato il fascismo italiano nella Venezia Giulia, ed a cui non furono estranei gli ambienti del Regio esercito. Lubiana fu interamente recintata e trasformata in una sorta di campo di concentramento per chi vi abitava. Nelle province annesse, che nei piani imperiali fascisti avrebbero dovuto far parte delle aree di dominio diretto, si introdusse l’italiano e le organizzazioni del Regime. Per lo storico Teodoro Sala il rapporto colonizzazione-razzismo fu la vera sostanza dell’amministrazione di Lubiana.

Secondo lo storico Angelo Del Boca l’occupazione fu brutale: «anche se la presenza dell’Italia fascista nei Balcani ha superato di poco i due anni, i crimini commessi dalle truppe di occupazione sono stati sicuramente, per numero e ferocia, superiori a quelli consumati in Libia e in Etiopia. Anche perché nei Balcani, a fare il lavoro sporco, non c’erano i battaglioni amhara-eritrei e gli eviratori galla della banda di Mohamed Sultan. Nei Balcani, il lavoro sporco, lo hanno fatto interamente gli italiani, seguendo le precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito» (da Italiani, brava gente?)

Nei 29 mesi di occupazione nella sola Provincia di Lubiana vennero fucilati 5000 civili, a cui se ne aggiunserò altri 200 bruciati o massacrati. 900 i partigiani fucilati, mentre 7000 civili morirono nei campi di concentramento italiani, in tutto il 2,6% della popolazione. Furono deportate 33.000 persone, il 10% degli abitanti.

Va ricordato che fu creato un vero e proprio sistema concentrazionario, sia per gli jugoslavi delle zone occupate o annesse che per gli “slavi” della Venezia Giulia. L’internamento mirava alla “sbalcanizzazione” del territorio, ed aveva forti analogie con i campi creati nelle colonie africane, (nella Sirtica e in A.O.I.), dove i militari italiani si erano “fatti le ossa”, a conferma dell’impronta coloniale che caratterizzò l’aggressione alla Jugoslavia.

Nei “campi del Duce” furono internati anche ebrei, oppositori politici ed altre categorie considerate pericolose e nemiche. Per citare solo i più importanti: nei territori jugoslavi funzionarono i campi di Arbe (Rab) sull’isola di Cherso, quello di Melata (Molat) e quelli di Mamula e Prevlaka; in Italia Gonars, Visco, Monigo, Chiesanuova e Renicci. Sono valutati intorno ai 100.000 i civili jugoslavi che subirono l’internamento.

Il sistema d’internamento fascista non mirava, in teoria, alla eliminazione degli individui ed al loro sfruttamento schiavistico, ma ad isolare elementi definiti pericolosi ed a attuare la pulizia dei territori dalla popolazione jugoslava o “slava” con cittadinanza italiana. Ciononostante ci furono migliaia di morti. Ad Arbe, dove i prigionieri erano sistemati in delle tende, il tasso di mortalità fu del 19%, superiore a quello del campo nazista di Buchenwald (15%).  

Corrispondendo con l’alto commissario per Lubiana Grazioli, il generale Gambara scrisse una frase che è rimasta famosa è che da bene l’idea di quali fossero le condizioni di vita e i criteri con cui venivano diretti i campi italiani. «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». La denutrizione era generalizzata e fu una delle principali cause di mortalità.

Nei territori occupati le truppe italiane, a volte animate da un sentimento di superiorità razziale e convinte di essere portatrici di civiltà, saccheggiavano ed incendiavano villaggi, massacrandone o deportandone la popolazione, come a Podhum. Le memorie di un soldato italiano della divisione Bergamo riportano episodi di fucilazioni sommarie, bombardamenti aerei di villaggi, torture, atti di violenza e dileggio sui cadaveri, e forniscono una descrizione dell’idea che i soldati italiani avevano delle popolazioni balcaniche: «non avrei mai pensato che così vicine all’Italia si trovassero popolazioni con un grado di civiltà tanto basso».

Lo storico Marek Waldenberg ha ben descritto il clima che avvolse tutta l’Europa dominata dai fascismi: «I nazionalismi creavano […] un clima favorevole agli eccidi di massa e alle persecuzioni a sfondo etnico della seconda guerra mondiale» dando luogo ad «un’atmosfera psicologicamente favorevole agli assassini di massa. […] Aveva luogo una vera e propria assuefazione al delitto» (da Le questioni nazionali nell’Europa centro-orientale).

In questo clima, l’ideologia razzista del fascismo aiutò ad individuare i nemici non solo nelle formazioni partigiane ma anche nelle popolazioni civili “slave”. Galeazzo Ciano, Ministro degli esteri, nel suo diario ricorda un incontro con il segretario nazionale del partito fascista Vidussoni: «Dopo aver parlato di piccole questioni contingenti, fa alcuni cenni politici e dichiara truci propositi contro gli sloveni. Li vuole ammazzare tutti. Mi permetto osservare che sono un milione. Non importa – risponde deciso – bisogna fare come gli ascari e sterminarli tutti».

Per Grazioli il problema poteva essere risolto in tre maniere: eliminazione, deportazione o assimilazione. In ogni caso prevedeva comunque l’uso della violenza. L’idea della colonizzazione era un cardine della politica fascista nei territori annessi, che venivano considerati italiani a tutti gli effetti. Anche i militari davano il loro apporto. Roatta, comandante della 2ª armata, emanò la famigerata Circolare 3C, contenente precise disposizioni sull’attuazione della repressione nei confronti della popolazione. Riferendo al Duce sui provvedimenti adottati disse: «internamento graduale di studenti, intellettuali, disoccupati e sospetti, specie a Lubiana, cervello della Slovenia, previa chiusura di ogni accesso alla città, stretto controllo delle attività intellettuali, specie dell’università […] Sono stati decisi quindi grandi rastrellamenti, lenti e metodici su grande fronte, tendendo a incapsulare l’avversario sempre che possibile, ma procurando soprattutto di togliere alle popolazioni rurali l’idea che potessero agire a loro piacimento […] Ho proposto di dare le proprietà dei ribelli alle famiglie dei nostri caduti […] Sono stati internati 1000 maschi validi».

Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, scriveva: «non importa se nell’interrogatorio si ha la sensazione di persone innocue. Ricordarsi che, per infinite ragioni, anche questi elementi possono trasformarsi in nostri nemici. Quindi sgombero totalitario. […] resta inteso che il provvedimento dell’internamento non elimina il provvedimento di fucilare […] Non vi preoccupate dei disagi della popolazione […] Non limitarsi negli internamenti. Le autorità superiori non sono aliene dall’internare tutti gli sloveni e mettere al loro posto degli italiani […] In altre parole far coincidere i confini razziali con quelli politici».  Robotti si riferiva alle parole pronunciate da Mussolini a Gorizia. «Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni». In altre circostanze Robotti si era espresso in termini ancor più drastici, «si ammazza troppo poco!».

Anche se preso in considerazione spesso all’epoca, lo “sgombero totalitario” non fu mai attuato, ma le deportazioni di massa si ed insieme agli eccidi e alla politica di terrore segnarono la presenza italiana nei Balcani. Dopo la guerra, la Jugoslavia, aderente all’ONU, richiese all’Italia i responsabili dei crimini di guerra per poterli processare. Tuttavia, per complesse ragioni che ebbero a che vedere con l’inizio della guerra fredda, con la repressione attuata dai partigiani jugoslavi a Trieste e Gorizia nel maggio 1945 ed infine con la parallela questione aperta per i criminali di guerra nazisti in Italia, l’Italia si sottrasse alla consegna dei responsabili di questi atti, che non furono mai processati.

Per approfondire

Risorse online

Mostra virtuale A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-1943

Libri

Stefano Bartolini, Fascismo antislavo

Stefano Bartolini, Davide Conti, Costantino Di Sante, Italiani in Jugoslavia. Occupazione dei Balcani e razzismo antislavo

Lorenzo Pera, Squadrismo in grigioverde. I battaglioni squadristi nell’occupazione balcanica (1941-1943)

Eric Gobetti, L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943)

Eric Gobetti, Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943)

Carlo Spartaco Capogreco, I campi del Duce

Costantino Di Sante (a cura di), Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951)

4 pensieri riguardo “L’occupazione italiana della Jugoslavia. 6 aprile 1941 – 8 settembre 1943 Lascia un commento

  1. …ed ecco il perchè delle foibe a fine guerra! (E nn dico altro)
    Comunque, nn sono proprio sicuro ci fossero battaglioni di alpini, ma potrei sbagliarmi…i bersaglieri si!
    Ottimo articolo come sempre👍👍👍

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