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Rivolta del Ghetto di Varsavia, 19 aprile 1943

In foto combattenti ebrei nelle strade del ghetto di Varsavia nei primi giorni dell’insurrezione. Tra i tanti giovani resistenti di quei giorni, ne vogliamo ricordare tre: Zippora Lehrer, combattente delle ZOB, caduta a 23 anni il 3 maggio nel rifugio di via Franciszkanska; Mordechai Anielewicz, militante del Po’alei Zion, il partito socialista sionista, tra i fondatori dello ZOB e suo comandante, caduto l’8 maggio; Marek Edelman, militante del BUND, il partito socialista dei lavoratori ebrei, vicecomandante dello ZOB, riesce a fuggire attraverso le fogne il 9 maggio, morto a Varsavia il 2 ottobre 2009.

L’insurrezione del Ghetto di Varsavia è uno dei più famosi episodi di resistenza ebraica contro il nazismo. I polacchi “di razza ebraica” furono internati nei ghetti in tutto il Paese nei mesi successivi all’occupazione della Polonia da parte del Terzo Reich. Fu uno dei primi passi della “soluzione finale” nell’est europeo.

Oltre ai tristemente noti ghetti di Lodz e di Lublino e a molti altri minori, il più conosciuto e importante fu quello nella capitale, Varsavia, la cui delimitazione avvenne per fasi a partire dal novembre 1939, in parallelo con le continue e sempre più pesanti norme persecutorie, come la confisca delle proprietà, l’imposizione del lavoro forzato, il marchio con la stella di David ecc.

A partire dall’agosto del 1940 nell’area individuata nel centro storico della città fu iniziata la costruzione di un muro di separazione. Le persone ebree o considerate tali furono obbligate a trasferirvisi entro il mese di novembre del 1940. Dopodiché il ghetto fu sigillato, l’uscita proibita, iniziando a somigliare a un campo di concentramento. Le condizioni di vita al suo interno erano durissime, per deliberata scelta politica delle autorità tedesche. Nel suo perimetro vivevano circa 400.000 persone in condizioni di sovraffollamento e carenza di alloggi. Quelli disponibili inoltre erano spesso piccoli, vecchi e insalubri. La reclusione nel ghetto stravolse la vita di migliaia di persone e famiglie. Scarseggiava tutto, a partire dal cibo, le occasioni di lavoro poche, il mercato nero e il contrabbando la regola. La gente vendeva i propri avere agli angoli delle vie per procurarsi da mangiare. Molte persone morirono di malnutrizione o di inedia in mezzo alla strada, i loro cadaveri abbandonati sul selciato. Le principali cause di morte furono il tifo, il freddo, la fame e la depressione. Nel ghetto di sviluppò una nuova, e feroce, stratificazione in classi sociali polarizzata tra i pochi ricchi, spesso affaristi senza scrupoli, e quella parte di popolazione che mancava di tutto. Progressivamente scivolava in quest’ultima condizione la gran parte degli abitanti del ghetto, che inizialmente aveva avuto una precaria posizione intermedia. In aggiunta a tutto questo, gli ebrei di Varsavia erano costantemente sotto la minaccia delle violenze e delle angherie dei funzionari e delle truppe tedesche, animate da un sentimento razzista di profondo disprezzo. Solo in maniera tardiva gli ebrei, in particolare i più giovani, iniziarono a costruire i propri movimenti politici di resistenza.

Il momento di svolta arrivò dopo la prima grande azione nazista sul ghetto, con la deportazione di massa iniziata il 22 luglio del 1942. L’azione proseguì fino al 12 settembre. Circa 300.000 ebrei vennero espulsi o uccisi. La gran parte dei deportati, 256.000, finì nel campo di sterminio immediato di Treblinka. Circa 10.000 vennero uccisi direttamente nelle strade del ghetto. Una minoranza, poco meno di 12.000, fu mandata ai lavori forzati. Alcuni, circa 8.000, riuscirono a fuggire nel settore polacco. Nel ghetto rimasero solamente circa 50/60.000 persone, di cui molte in maniera illegale nascondendosi. Gli ebrei del ghetto in questa occasione discussero molto ma non riuscirono a organizzare nessuna forma di resistenza.

Tuttavia proprio questa situazione portò alcune organizzazioni socialiste a decidere di fondare lo ZOB (Zydowska Organizacja Bojova, Organizzazione ebraica di combattimento) il 28 luglio del ’42. Lo ZOB iniziò ad organizzarsi e ad armarsi clandestinamente già da agosto, ma fu subito duramente colpito dai nazisti ai primi settembre con una serie di arresti, fucilazioni e il sequestro delle poche armi arrivate. Il primo vero atto di resistenza avvenne quando i nazisti, il 18 gennaio 1943, iniziarono la seconda azione di espulsione e deportazione dal ghetto. Mentre molti ebrei si nascondevano in rifugi già preparati, un gruppo di attivisti dello ZOB armati di pistole, guidato dal Mordechai Anielewicz, si unì alla colonna in marcia verso la piazza per la deportazione e attacco all’improvviso i tedeschi. La colonna di disperse e, nonostante quasi tutti i membri dello ZOB venissero uccisi, cadde anche il primo tedesco. L’azione incoraggiò la resistenza. In altri rifugi gruppi di ebrei si difesero armi alla mano dai tedeschi. Dopo il 18 gennaio i tedeschi capirono di aver di fronte una resistenza ebraica organizzata e smisero di perquisire case, soffitte e abitazioni. L’atto dello ZOB rompeva la passività ebraica combattendo e provocando viva impressione tra gli abitanti del ghetto. L’azione nazista di gennaio, se pur non riuscì a deportare docilmente gli ebrei, riuscendo a catturare solo i più indeboliti o trovati per caso, si concluse ugualmente con un massacro il 22 gennaio, quando un migliaio di ebrei vennero uccisi per le strade del ghetto. Tuttavia, la resistenza di gennaio rese possibile la rivolta di aprile, e gli ebrei si convinsero che era possibile resistere ai nazisti.

Così quando arrivò il momento della terza e definitiva azione contro il ghetto, il 19 aprile, alla vigilia della pasqua ebraica, il Pesach, gli ebrei non si fecero trovare impreparati. I nazisti mossero verso il ghetto in assetto da guerra ma non si aspettavano di incontrare quel livello di resistenza. Gli ebrei, privi di qualsiasi preparazione militare, avevano approntato postazioni difensive fortificate e mimetizzate, mentre la popolazione si era nascosta in rifugi nascosti. Erano male e scarsamente armati ma determinati. Secondo una stima, lo ZOB contava 500 unità, armate soprattutto di revolver – con 10/15 pallottole per combattente – bombe a mano artigianali, bottiglie molotov, 10 fucili e un paio di mitragliatori. Una seconda organizzazione, la ZZW (Zydowski Zwiazek Walki, Unione combattente ebraica) appartenente alla destra nazionalista ebraica, che aveva maggiori rapporti con la resistenza polacca dell’Armia Krajowa, contava 250 combattenti anch’essi armati di pistole ma disponeva di più fucili e mitragliatori ed addirittura di una mitragliatrice leggera.

Appena i nazisti entrarono nel ghetto, furono attaccati con lanci di bombe a mano e colpi di arma da fuoco e vennero costretti alla ritirata lasciando alcuni caduti sul campo. La sera del 19 il ghetto era libero e ci furono manifestazioni di entusiasmo. Ma il generale delle SS Jürgen Stroop, a capo dell’azione, era determinato a stroncare l’insurrezione e concludere la liquidazione del ghetto, e la resistenza ne esasperò la violenza. Fu dato ordine di incendiare le case, utilizzata l’artiglieria insieme  ai carri armati. Gli ebrei resistevano nei rifugi mimetizzati e nascosti nelle cantine, o scavati nel sottosuolo, a volte dotati di gallerie di fuga e spesso comunicanti con le fogne. I nazisti non riuscivano a identificarli, li cercavano con ogni mezzo, e una volta trovati non esitavano ad usare i gas e ad incendiarli per stanare gli ebrei. Tuttavia l’insurrezione dette filo da torcere. Dal quarto giorno i resistenti iniziarono a fare sortite di attacco dalle loro postazioni difensive. Non sembrano esserci stati casi di resa di ebrei nei rifugi. Stroop dovette rimandare più volte il termine dell’operazione. Himmler, il Reichsfürer delle SS, era furioso. Molti rifugi che i tedeschi ritenevano di aver eliminato venivano di nuovo occupati dai combattenti. L’8 maggio fu trovato ed attaccato il rifugio in via Mila 18, dove si trovava il comando dello ZOB. In questa circostanza trovò la morte il comandante dell’insurrezione Mordechai Anielewicz. Ma nonostante il 16 maggio l’operazione venisse dichiarata conclusa con la simbolica distruzione della grande sinagoga, la “battaglia” dei rifugi” duro diverse settimane se non mesi. Ancora a giugno i combattimenti erano in corso. Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione, riuscì a salvarsi fuggendo da uno dei rifugi. Arieh Neiberg, combattente e sopravvissuto, abbandonò il suo rifugio e si mise in salvo soltanto il 26 settembre 1943.

Conosciamo la storia del ghetto di Varsavia non solo dalle testimonianze di chi lo visitò durante la guerra e dei sopravvissuti, dalle foto, dai filmati e dai documenti filtrati, ma anche grazie all’archivio di Emmanuel Ringelblum, un intellettuale e storico ebreo, membro del Po’alei Zion, che documentò la vita del ghetto fino al 1943 e nascose i documenti raccolti, gli scritti suoi e di altri in scatole di metallo e bidoni per il latte sepolti sottoterra e ritrovati, rispettivamente, nel 1946 e nel 1950. Ringelblum fu scoperto nel suo nascondiglio dalla Gestapo nel 1944 e fucilato insieme alla moglie, al figlio e ad altre 35 persone che erano con lui.

Per approfondire

Risorse online

Warsaw Ghetto Uprising, da Holocaust Encyclopedia, sito dell’Holocaust Memorial Museum

Warsaw Ghetto Uprising, sito dello Yad Vashem

Libri

Israel Gutman, Storia del ghetto di Varsavia (titolo originale Resistance: The Warsaw Ghetto Uprising)

Marek Edelman, Il ghetto di Varsavia lotta

Emmanuel Ringelblum, Sepolti a Varsavia. Appunti dal ghetto

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