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Le formazioni partigiane

Le formazioni partigiane che si resero protagoniste della resistenza armata costituiscono un mondo assai variegato. La casistica è amplissima e persino nelle formazioni inserite all’interno di un progetto “nazionale”, come quelli portati avanti dal Partito d’Azione o dal Partito Comunista, non mancano le differenze tra i vari gruppi, talvolta molto marcate. Questo fece si che fra le varie componenti della Resistenza si sviluppasse un rapporto che fu sì collaborativo ma al cui interno non mancarono momenti di tensione anche aspra e conflitti.

All’inizio i gruppi partigiani, estremamente compositi fra loro, ebbero il carattere di “bande”, un termine che come scrive lo storico Santo Peli «bene evoca la realtà di gruppi dalla coesione e dal destino incerto, difficili da definire sotto il profilo politico-ideologico […]». Le bande nacquero a volte in maniera casuale, altre in modo più organizzato dall’aggregazione di militari sbandati o di nuclei antifascisti, potevano essere un microcosmo autosufficiente, avere incertezze sui metodi e gli obiettivi, collegamenti sfilacciati coi CLN, semplici aggregazioni per combattere o difendersi.

Dalle bande si passò, soprattutto per opera del Partito Comunista, all’organizzazione delle Brigate, a loro volta poi raggruppate in Divisioni. Le Brigate si situavano su un livello organizzativo più strutturato, con chiari organi di comando e di coordinamento all’interno di un progetto politico-militare che presupponeva uno percorso simultaneo di attacco contro il nemico e sviluppo organizzativo. Per questi motivi le brigate tendevano a prefigurarsi come il nucleo per la costituzione di un esercito popolare nazionale. Per tutta la durata della Resistenza il modello delle bande non venne comunque mai risolto, anche a causa dell’irriducibilità di alcune di queste ultime a farsi integrare in un modello nazionale, a causa di un complesso di motivazioni che poteva spaziare da quelle più prettamente politiche a ragioni di autonomia fino a motivazioni strettamente locali. Di fatto però entro la primavera del 1944 il modello delle Brigate era diventato egemone ed era stato adottato anche dalle formazioni di diversa colorazione politica così come dalle “Autonome”.      

Le più importanti brigate partigiane, per efficienza, organizzazione, consistenza numerica e contributo militare nella guerra civile furono le Brigate d’Assalto Garibaldi, promosse dal Partito Comunista Italiano, e le Giustiza e Libertà, che presero vita su iniziativa del Partito d’Azione. Oltre a queste vi furono le più tardive brigate Matteotti, riconducibili al Partito Socialista, ed infine tutta una gamma di formazioni definite “Autonome”. L’appartenenza politica poteva dipendere da una miriade di fattori, quali le scelte del comandante, la presenza di alcuni partigiani più politicizzati di altri, il collegamento con altre formazioni che fungevano da esempio. Da questo punto di vista va sempre tenuto ben presente, come nota lo storico Claudio Pavone, che «va riconosciuto un margine di casualità nella politicizzazione di un certo numero di formazioni».

Le Brigate Garibaldi facevano capo ad un comando generale a Milano diretto da Luigi Longo con Pietro Secchia come commissario. Nettamente contrarie ad ogni atteggiamento “attesista” coniugavano l’attività militare a quella cospirativa nelle fabbriche, nelle scuole e università, nel mondo contadino e nelle aree urbane ed erano caratterizzate da una forte disciplina ed intransigenza etica. Si ponevano come un’avanguardia propulsiva nel movimento di Liberazione ed al tempo stesso come canale per l’inserimento dell’antifascismo attivo fra le masse popolari, avvalendosi di un intenso lavoro di staffette per collegare cellule, nuclei, militanti e formazioni partigiane. In questi motivi vanno ricercate le ragioni del loro successo dal punto di vista numerico. Le Brigate Garibaldi furono infatti quelle che dettero il maggior contributo alla lotta di Liberazione, rappresentando quasi la metà delle forze partigiane.

Le Brigate Giustizia e Libertà riprendevano il nome dall’organizzazione antifascista di Carlo Rosselli. Nella primavera del 1944 quasi tutti i gruppi partigiani azionisti assunsero tale denominazione, che fu generalizzata, strutturandosi sul modello delle Brigate. Il loro comando fu preso da Ferruccio Parri, il quale era tuttavia a favore di un’organizzazione dell’esercito di Liberazione secondo criteri classici, popolare e democratico sì ma volto al recupero del vecchio Regio Esercito, considerata una forma più efficiente, scontrandosi su questo con buona parte del suo partito. Anche nelle GL militarizzazione e politicizzazione si compenetravano, e furono centrali i fermenti verso un rinnovamento politico-sociale ed ideale. Il reclutamento nelle formazioni GL fu generalmente meno selettivo e tendente ad offrire un’ampia accoglienza, anche in mancanza delle necessarie disponibilità di materiali per i nuovi volontari. Le brigate GL rappresentarono circa un quarto delle forze partigiane e furono forti soprattutto in Piemonte ed a Firenze, pur non mancando nelle altre zone d’Italia, come nel Veneto, dove rilevante fu la loro partecipazione all’insurrezione del 25 Aprile 1945.

Le Matteotti, allestite dal Partito Socialista (PSIUP), furono più tardive, a causa delle difficoltà organizzative e delle lacerazioni politiche che ancora travagliavano il partito frenando la sua attività. Ciononostante la prima Brigata Matteotti fu costituita già il 12 dicembre 1943 sul Monte Grappa. La decisione di procedere alla loro creazione fu presa dal comitato esecutivo del PSIUP per l’Alta Italia sotto la guida di Sandro Pertini, appena liberato dal carcere di Regina Coeli a Roma. L’attività di Pertini fu fondamentale nel dare vitalità ad un lavoro lento e difficile. Il problema non era solo quello di reclutare nuovi volontari ma soprattutto di recuperare i militanti, o simpatizzanti socialisti, che avevano iniziato la lotta partigiana in altre formazioni, da cui adesso avevano grandi difficoltà a staccarsi per il senso di solidarietà che al loro interno veniva a formarsi. Inoltre alcuni di loro si trovavano anche politicamente a loro agio all’interno delle formazioni gielliste. Il contributo delle Matteotti alla guerra di Liberazione non fu paragonabile a quello delle Garibaldi o delle GL ma non per questo non fu rilevante, con più di ventimila uomini organizzati, anche se concentrato in alcune aree.

Un caso del tutto particolare è invece quello delle Brigate “Autonome”, cosiddette perché sorte al di fuori di collegamenti con i partiti facenti parte del CLN, almeno da un punto di vista formale. Con questo termine non si intende indicare, a differenza dei casi precedenti, un corpo organico e strutturato su larga scala geografica, con comandi provinciali e regionali e organi di collegamento, ma un insieme di formazioni, molto eterogenee, operanti per l’appunto in autonomia e non promosse dai partiti antifascisti del CLN, anche se in alcuni casi questi ultimi tendevano a farsi portavoce delle Autonome nei CLN locali, specie quando sprovvisti di un organizzazione militare propria come i Liberali e la DC. La peculiarità delle autonome sta spesso in una rivendicazione di apoliticità, intesa nel senso di una estraneità ai partiti, affermata anche nei confronti dell’attività partigiana e dell’obiettivo finale. La loro piattaforma programmatica è strettamente militare, combattere il nemico fascista, continuità nel dovere di servire lo Stato e lotta a fianco degli Alleati. Motivi che le resero pertanto maggiormente ben viste proprio dai comandi Alleati, che in molti casi tesero a favorirle. Tuttavia nella loro composizione gli elementi provenienti dall’esercito furono prevalenti solo nei ruoli di comando e organizzativi ma non in generale, dove come per altre formazioni il numero maggiore dei combattenti fu costituito da giovani che all’8 settembre non erano ancora stati sotto uniforme 

Per maggiore chiarezza converrà portare qui alcuni esempi concreti. Di solito viene considerata come l’archetipo delle Autonome la formazione comandata da Enrico Martini “Mauri” e operante in Piemonte. Strutturata secondo i criteri tradizionali del Regio Esercito, non comprendeva la figura del commissario politico, che nelle altre Brigate era di pari grado rispetto al comandante. Il “Mauri” era un legittimista conservatore che nutriva diffidenza verso i “sovversivi”, atteggiamento che lo porterà ad avere alcune complicazioni con le politicizzate GL e Garibaldi. “Mauri” accetteva l’autorità del CLN piemontese e dei comandi militari, tramite la mediazione dei Liberali. La sua organizzazione partigiana raggiugense una notevole consistenza numerica e contribuì alla lotta di Liberazione con novecento caduti.

Diverso ancora fu il caso delle Fiamme Verdi e della Divisione Osoppo. Le prime promossero in Lombardia un movimento che tentava di richiamarsi alla tradizione alpina, e beneficiarono di un forte appoggio del clero e di una notevole presenza di cattolici laici, che tuttavia non divenne mai un requisito per il reclutamento. Questo carattere le portò a sviluppare un atteggiamento per certi aspetti attendista, di guerra a bassa intensità e conservazione delle forze in attesa della battaglia finale. Un atteggiamento che le metteva in conflitto con le Garibaldi e le GL. Anche nelle Osoppo, operanti in Friuli, la presenza cattolica fu rilevante, insieme a quella dei militari, supportata da una minoritaria presenza azionista. Il loro nome è legato a Porzus, probabilmente più famoso episodio di resa dei conti violenta fra gruppi partigiani. La loro vicenda fu segnata dal conflitto con le Brigate Garibaldi, in una zona in cui agiva anche la resistenza slovena del IX Corpus, con il travagliato ed alla fine fallito tentativo di dar vita ad un comando unificato Osoppo-Garibaldi.

In questo tipo di formazioni Autonome spesso la figura del commissario e del sacerdote, del cappellano aggregato alla Brigate, si sovrapponevano, anche se come nota sempre Pavone molte volte nelle formazioni gielliste o comuniste era la stessa figura del commissario politico a ricordare e rievocare quella del cappellano.

Infine vanno segnalati alcuni gruppi, come Bandiera Rossa a Roma, anche se di esigua consistenza, appartenenti all’estremismo di sinistra, classificati anch’essi come autonome ma di segno completamente diverso, che rifiutavano la politica unitaria del CLN e perseguivano obiettivi bellici volti principalmente alla guerra rivoluzionaria piuttosto che alla guerra di Liberazione.

Per approfondire

Libri

Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza

Enzo Collotti, Renato Sandri, Frediano Sessi, Dizionario della Resistenza

Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia, Atlante storico della Resistenza

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