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24 maggio 1915. L’Italia va alla guerra

In foto, una MOC di Francesco Cutolo, alias no_bricks_land, mostra un agglomerato di case contadine, ispirato alle abitazioni delle aree rurali toscane, nel periodo della guerra. Sulla sinistra è presente un piccolo casolare, con un appezzamento di terreno sul retro, affiancato all’officina di un carradore. Il MOC vuole essere rappresentativo delle campagne durante il periodo bellico, ponendo in evidenza la forte presenza femminile nei lavori agricoli, oltre fatto che la componente maschile era per lo più costituita da uomini anziani.

Dopo un balletto durato oltre nove mesi, il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra al vecchio alleato, l’Impero austro-ungarico. L’entrata nel conflitto fu una decisione divisiva, esito del prevalere della minoranza interventista, dotata però di un forte peso sulla stampa e nelle piazze, su una maggioranza neutralista, disunita e silenziosa. Infatti, l’apertura delle ostilità non riuscì a compattare l’opinione pubblica e le forze politiche nazionali, al pari di quanto avvenne negli altri Stati belligeranti durante l’agosto 1914.

La maggior parte della popolazione italiana, specialmente i ceti popolari, era contraria al conflitto e reagì con preoccupazione, mantenendo però un atteggiamento improntato all’obbedienza e rassegnato, tipico della società cattolica-contadina. La mobilitazione non fu un successo come nel resto del continente, dove un condiviso senso del dovere fece sì che gli uomini rispondessero con bassissimi livelli di renitenza alla chiamata alle armi. Le dimostrazioni entusiastiche per le truppe partenti verificatesi nelle capitali e nelle grandi città europee – un fenomeno che coinvolse soprattutto soldati professionisti, artisti, intellettuali, studenti, cittadini benestanti – ebbero sporadici corrispettivi nella Penisola. Le elites interventiste, animatrici del “maggio radioso”, rimasero deluse dall’atteggiamento rassegnato dei coscritti e dalle isolate manifestazioni patriottiche. Talora si registrarono contestazioni dei richiamati e dei loro familiari, ma in generale la grande mobilitazione, le misure repressive emanate dalle autorità e alcune timide leggi per tutelare le classi povere spensero sul nascere le manifestazioni di dissenso e il malcontento popolare.

Centinaia di migliaia di giovani vennero arruolati e inviati verso il fronte, dove il comandante supremo Luigi Cadorna, a partire dal giugno 1915, lanciò una serie di spallate per tentare senza successo lo sfondamento della linea austro-ungarica sul Carso e aprirsi la strada per Trieste. Mentre “la bella gioventù”, per citare la canzone Addio padre e madre addio, cadeva al fronte, le città e, soprattutto, le aree rurali si “spopolarono” di uomini. La guerra creò un vuoto di quasi due milioni e seicentomila contadini, richiamati nell’esercito (molti, inoltre, abbandonarono le campagne allettati di una miglior occupazione in città). Nelle aree rurali, rimasero per lo più le donne, che si trovarono a gestire i campi, a sostituire gli uomini come braccianti e a cercare di sopravvivere con lavoretti a domicilio, retribuite con miseri salari e in condizioni precarie. L’aumento progressivo e vertiginoso del costo della vita, l’inadeguatezza dei sussidi e le requisizioni governative, a un prezzo tutt’altro che conveniente per i contadini, accrebbero il malcontento. Un disagio accresciuto dalle sofferenze emotive imposte dalla guerra: i lutti, lo spettro della morte imperante, la solitudine e l’assenza di notizie dai propri cari in grigioverde. Tra il 1916 e il 1917, il malcontento alimentò le proteste e i tumulti contro la guerra e la povertà.

PER APPROFONDIRE

Risorse online

Il Tempo e la Storia – Il primo colpo, documentario di RAI Storia

Libri

Roberto Bianchi, Social Conflict and Control, Protest and Repression (Italy)

Marco Mondini, La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare. 1914-1918

Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta

Gian Enrico Rusconi, (a cura di), L’Entrata in guerra dell’Italia nel 1915

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