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Il G8 di Genova, 2001

Una Moc di Stefano Bartolini (Bulow_Brick_Commander) rappresenta la repressione del 20 luglio 2001. Sono riconoscibili vari elementi fra i dettagli, dall’uso dei manganelli “tonfa” al contrario alla presenza dei Black Bloc indisturbati a Carlo Giuliani ai “disobbedienti” ecc…

Dal 19 al 21 luglio del 2001 a Genova si tennero le manifestazioni del controvertice al G8. Le dimostrazioni facevano parte del movimento politico e sociale che stava dominando la scena politica fra XX e XXI secolo, variamente denominato altermondista, no global, movimento dei movimenti, movimento dei social forum ecc…, la cui data di nascita viene fatta convenzionalmente risalire alle proteste che bloccarono e fecero fallire il vertice del WTO a Seattle nel dicembre 1999.

Da quell’evento prese l’avvio la pratica di organizzare contro manifestazioni in occasione dei vari vertici che le istituzioni economiche internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, World Trade Organization ecc.) ed i governi dei paesi più potenti organizzavano in giro per il mondo. Il movimento toccò nel giro di pochi anni Davos, Praga, Goteborg, Napoli e numerose altre città. Parallelamente, da Porto Alegre in Brasile prendevano l’avvio i World Social Forum, da cui poi scaturirono anche gli European Social Forum (in Italia a Firenze nel novembre 2002), assisi internazionali del movimento che si proponevano come alternativa al modello di globalizzazione capitalista neoliberista egemone dagli anni Novanta a livello planetario. Dibattiti, seminari, incontri, redazioni di documenti… i Forum erano la parte progettuale del movimento che agiva invece la piazza come strumento di lotta politica.

Il movimento era composito, si andava da gruppi cattolici di diversi paesi a tutta la gamma dei movimenti riconducibili alla sinistra laica (comunisti e post comunisti, zapatisti, antagonisti, anarchici ecc.) agli ambientalisti fino ai movimenti delle donne ai sindacati, alle organizzazioni dei contadini, ai gruppi impegnati nella regolamentazione della finanza internazionale, ai movimenti dei gruppi indigeni e dei paesi post coloniali.

L’istanza politica di fondo era la rivendicazione di una gobalizzazione diversa, non all’insegna dei mercati e del profitto, rispettosa dei popoli e da essa guidata all’insegna di un profondo rinnovamento democratico su scala globale e della redistribuzione delle ricchezze all’interno dei singoli paesi e fra le aree del pianeta all’insegna della tutela ambientale.

Nei mesi che precedettero Genova la risposta dei governi e delle istituzioni internazionali al movimento inizio a radicalizzarsi, con incidenti gravi a Goteborg e a Napoli. Quando arrivo il momento del G8 di Gonova, il clima era teso. Il Governo italiano, responsabile dell’ordine pubblico, blindò la città, innalzando un fortino recintato intorno al centro storico, la Zona rossa, aumentò le dotazioni antisommossa delle forze dell’ordine, che furono concentrate in grande quantità in città (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, Polizia penitenziaria) ed alimentò voci di violenze, devastazioni attentati terroristici.

Lo slogan del controvertice organizzato dal Genoa Social Forum era “Un altro mondo è possibile”. La prima giornata del 19 luglio, contraddistinta dal corteo internazionale dei migranti, trascorse tranquillamente ma in un clima di tensione palpabile. I giorno successivo, venerdì 20 luglio, era la giornata delle piazze tematiche, in cui le diverse anime del movimento confluite a Genova avrebbero dovuto organizzare la protesta in maniera autonoma in diversi luoghi della città, tentando anche simboliche penetrazioni nella zona rossa. Nel frattempo su Genova erano confluiti anche gruppi di cosiddetti Black Bloc, dalla natura a tutt’oggi poco chiara. In parte erano espressione di gruppi estremisti europei, in parte erano infiltrazioni organizzate di gruppi neofascisti del continente, in parte infine erano infiltrazioni delle stesse forze dell’ordine. L’azione dei Black Bloc mirava a distruzioni, saccheggi e incendi di bancomat, negozi, auto ecc. Il risultato fu però l’immediata reazione, in più punti della città, delle forze dell’ordine contro il movimento nella sua interezza, che venne aggredito in maniera violenta e con largo uso di mezzi e dotazioni antisommossa e non solo (blindati, elicotteri, lacrimogeni, estintori, armi da fuoco). Questa modalità comportò una sorta di perdita del controllo “governato” dell’ordine pubblico. Il pomeriggio di venerdì 21 divenne una giornata di caos, con un continuo fuggi fuggi di dimostranti per le vie della città inseguiti dalle forze dell’ordine, momenti di autodifesa, contesti di guerriglia urbana, mentre i Black Bloc continuavano ad agire più o meno indisturbati. Alle 17:30 circa in piazza Alimonda il Carabiniere Mario Placanica sparava ed uccideva il manifestante Carlo Giuliani, di 23 anni.

Il giorno successivo, il 21 luglio, il corteo internazionale fu nuovamente attaccato dalle forze dell’ordine sul lungomare all’altezza di piazzale Kennedy e spezzato in due. Si ripeterono le scene di caos, paura e violenza del giorno precedente, con numerosi pestaggi indiscriminati ai danni dei manifestanti, arresti e feriti.

Nella notte fra sabato 21 e domenica 22 la Polizia assaltò la scuola Diaz, dove dormivano i manifestanti in attesa di partire la domenica, e il Media center prospiciente in via Cesare Battisti. L’attacco fu motivato con la presenza dei Black Bloc. I procedimenti giudiziari successivi hanno fatto luce sull’infondatezza di tale motivazione e su come le forze dell’ordine confezionarono prove false a danno delle persone che erano alla Diaz. Molte di queste, italiane e straniere, furono portate alla Caserma di Bolzaneto, dove erano presenti anche altri manifestanti arrestati in precedenza, private dei documenti e dei più elementari diritti umani e sottoposte a sevizie e torture per vari giorni.

I fatti di Genova, definiti di tipo cileno in riferimento al Golpe di Pinochet in Cile nel 1973, furono una gravissima sospensione della democrazia su cui a tutt’oggi non è stata mai fatta piena luce sulle dinamiche, le responsabilità e le motivazioni politiche che informarono la gestione dell’ordine pubblico e la repressione. La richiesta di una commissione parlamentare di inchiesta non è mai stata accolta. Molte persone tornarono da Genova ferite, traumatizzate, impaurite e con un profondo senso di sfiducia verso le istituzioni statali che ancora non è stato sanato. Per i fatti di Genova l’Italia attende ancora che sia fatta giustizia.

La repressone contribuì a indebolire, impaurire e disarticolare il movimento, la cui agenda politica in Italia dovette virare verso la denuncia delle violenze di Genova e la difesa delle basi minime della democrazia italiana, mentre a livello globale l’11 settembre e la successiva mobilitazione pacifista contribuirono a cambiare progressivamente anche l’agenda del movimento internazionale.

Per approfondire

Libri

Ilaria Bracaglia, Un ingranaggio collettivo. La costruzione di una memoria dal basso del G8 di Genova

Gabriele Proglio, I fatti di Genova. Una storia orale del G8

Zona Rossa, speciale della rivista “Zapruder”, N° 54

Supporto legale, Nessun rimorso. Genova 2001-2021

Film Diaz, di Daniele Vicari, 2012

Risorse on line

Film The summit. Genova, i tre giorni della Vergogna, di Franco Fracassi e Massimo Lauria, 2012

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